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La politica ossia quella cosa donata agli uomini da Giove

Il mito di Prometeo

In origine, racconta Protagora, esistevano solo gli dei. Poi gli esseri viventi vengono fatti nascere dalla terra, e occorre distribuire loro le facoltà naturali che ne assicurino la sopravvivenza. Purtroppo, la distribuzione viene fatta dall’imprevidente Epimeteo, il quale, come dice il suo nome, è dotato solo del senno del poi: egli, infatti, quando giunge agli uomini, si rende conto di aver già distribuito tutte le doti naturali – denti, artigli, vista acuta, velocità nella corsa e così via – agli animali. Gli uomini, così, sono lasciati indifesi e naturalmente indeterminati.
Il fratello di Epimeteo, Prometeo, cerca di soccorrere gli uomini donando loro il fuoco e il sapere tecnico (entechnos sophia). Gli uomini, così, sviluppano linguaggio, cultura e religione: doti, quindi, non “naturali” ma “culturali”. Ma vivono ancora isolati, perché sono privi dell’arte politica, e dunque della capacità di mediare e di coordinare le esigenze individuali.
Deve intervenire Zeus in persona, per dare a tutti gli uomini aidos e dike, cioè pudore (come capacità di vergognarsi) e giustizia. Le cognizioni tecniche possono essere distribuite secondo i criteri della divisione del lavoro; ma pudore e giustizia fanno dell’uomo un essere politico, cioè una creatura capace di vivere in uno spazio convenzionale e comune, e dunque devono essere assegnati a tutti.

La tesi di Platone nel dialogo “Protagora”

La città convenzionale

Il Protagora platonico illustra la convenzionalità dello spazio politico con un mito, della cui artificialità é consapevole: in seguito, infatti, egli cerca – incalzato da Socrate – di argomentare la tesi del carattere culturale della politica con un ragionamento, che significativamente si fonda solo sulla funzionalità delle virtù “politiche” per la sopravvivenza della città.

Che cosa insegna Protagora? Di che cosa il sofista rende abili a parlare?
Questo è il primo argomento del Protagora, che mette in scena, tramite la narrazione di Socrate, una conversazione in una casa privata, nella quale Protagora è ospite. Protagora di Abdera è un celebre sofista, che vende il proprio sapere.

* In che senso il sapere è vendibile?
* Perché questo sapere merita di essere acquistato?

Queste domande sono complesse: come osserva Socrate, il rischio nell’acquisto degli insegnamenti è molto più grande che in quello del cibo. Il cibo è una cosa con cui si ha un rapporto, molto intimo, di incorporazione: ma i cibi si possono portare a casa in un recipiente e analizzare, mentre le cognizioni devono essere messe alla prova su sé stessi, nella propria anima. Con un vantaggio o un danno irreversibile: conoscere significa cambiare, in un senso “lineare” e irrevocabile, e non semplicemente soddisfare un bisogno che si presenta ciclicamente e che deve essere compensato per mantenerci in vita. Per questo, le cognizioni non possono essere valutate come se fossero cose.
Il sofista vende qualcosa, e perciò può essere ingannevole nel lodare la sua merce, senza porsi il problema di sapere se faccia bene o male ai suoi “clienti”. Il rapporto commerciante/cliente è un rapporto di manipolazione, nel quale chi vende si preoccupa solo di sfruttare a proprio vantaggio un bisogno dell’altro, o addirittura di suscitare nell’altro un bisogno che non ha. Il problema del bene dell’altro, in questo contesto, è del tutto superfluo, se non deleterio, rispetto allo scopo di vendere. Il potenziale di manipolazione insito nel rapporto fra commerciante e cliente è particolarmente grave quando si ha che fare con la conoscenza, che forma l’uomo più profondamente di quanto faccia il cibo, dato che offre strumenti per valutare tutto il resto. Ciò che si impara non può essere dimenticato allo stesso modo in cui ci si libera del cibo.