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Concretamente, si tratta di accertare se sia possibile liberarsi dalla società antagonistica che oppone l’uomo al suo simile, da una concezione e da una prassi dell’economia dominate dal principio dello sfruttamento, dall’egoismo che penetra in tutti i rapporti umani. I francofortesi non negano che un simile progetto appaia utopico; riconoscono apertamente che non vi sono garanzie che un mondo pienamente umanizzato possa realizzarsi, e che neppure vi sono segni nella storia presente che incoraggino ad intraprendere il cammino. E tuttavia, dopo Auschwitz, quel cammino costituisce l’unica alternativa possibile alla completa autodistruzione dell’uomo.
I passi da compiere devono essere programmaticamente rovesciati rispetto al modo di pensare e alla prassi reificante della società moderna. Se questa depersonalizza e deresponsabilizza l’uomo, il cammino di liberazione deve passare obbligatoriamente attraverso il pieno riconoscimento della dignità di ogni uomo e l’assunzione personale di responsabilità per il destino proprio e della collettività. Non serve invocare il “soggetto storico” rivoluzionario, come suggerisce l’ortodossia marxista-leninista; bisogna al contrario che ciascuno affronti la “fatica del concetto”, senza mai rinunciare ad esercitare la forza critica della ragione, che è la condizione indispensabile per ravvedersi ogni volta che il mezzo, il “benessere”, soppianta il fine, l’uomo.
Inoltre, bisogna respingere la violenza come mezzo di liberazione, dal momento che la violenza è l’essenza stessa della società che viene rifiutata. Senza questo completo rovesciamento, la prassi liberatoria si scopre funzionale alla conservazione della servitù, perché sorretta dalla medesima logica.
Nella determinazione della prassi liberatrice i francofortesi appaiono troppo consapevoli della varietà infinita dei modi in cui il dominio si esercita per suggerire “che cosa fare concretamente” in ogni circostanza. L’analisi delle condizioni storiche concorre in maniera essenziale a stabilire le forme della concreta prassi liberatrice. Nondimeno, quali che siano le circostanze, il punto di partenza do ogni liberazione non può essere che la piena consapevolezza della servitù e delle conseguenze che ne derivano. Di qui il richiamo alla doverosità dell’analisi storica e l’invito a sorvegliare in se stessi l’insorgere della volontà di dominio. È solo questa disponibilità critica che consente di superare la “patologia della conoscenza” tendente ad assolutizzare il proprio io, e che rende possibile “lo sguardo lungo e contemplativo, a cui si dischiudono gli uomini e le cose…contemplazione senza violenza, da cui viene tutta la felicità della verità” (Minima Moralia).