April 29, 2006, 1:19 am : ‘Dedicata, Donata, Consegnata’.
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Arte Cristiana Contemporanea. ‘Dedicata, donata, consegnata’.
di Andrea B. Del Guercio
“Al Liceo ed all’Università ho studiato e vissuto a Firenze uno stretto rapporto con la storia dell’arte senza accorgermi che mi trovavo all’interno del sistema dell’arte sacra; ricordo in particolar modo l’incontro a Siena con la ‘Maestà’ di Duccio di cui perdevo la concezione ed il rapporto con il valore ‘miracoloso ’ dell’icona, mentre ad Assisi sfuggivo al percorso esperienziale dell’uomo nel territorio della fede…”
Questi brevi dati anagrafico-professionali dello storico dell’arte hanno in questa sede, ma potrei svolgerne cronologicamente lo sviluppo, valore di indicazione circa la concreta portata problematica di un titolo ‘forte’ dedicato ed incentrato sulla cultura artistica cristiana; una cultura teologica che dalle origini ad oggi ha accumulato una complessa storia e che si è vista documentare in tutte le sue componenti e variabili attraverso un sistema espressivo fatto di regole linguistico-visive in costante rinnovamento, nel tempo e nella storia, nell’articolazione socio-culturale del territorio europeo.
Questa complessa realtà culturale è stato oggetto di studio e di analisi con l’obbiettivo di rilanciare gli specifici e caratterizzanti valori di una storia dell’arte sacra posta in stretta relazione metodologica e di contenuti lungo i processi creativi della stagione moderna e contemporanea; in questo quadro di ricerca interdisciplinare, arricchito attraverso il confronto dei sistemi espressivi con la cultura estetico-teologica e la verifica operativa della progettazione e della produzione artistica con l’esperienza liturgica, si è configurato il ciclo di mostre “Arte Cristiana Contemporanea”.
Le dimensioni allargate a campionatura su sei distinte Diocesi italiane, Aosta, Bergamo, Ivrea, Milano, Piacenza e Venezia, qualificano il progetto e lo obbligano ad affrontare ed a confrontare sul piano teorico e sul campo progettuale la più ampia complessità delle problematiche e delle funzioni, l’articolazione dei temi e dei soggetti; l’inedita distribuzione espositiva distribuita su un terreno interdiocesano, la programmazione dei singoli eventi sullo sviluppo dell’anno accademico, 2005/2006, determinano le dimensioni e qualificano i contenuti di un grande progetto espositivo, editoriale e di progettazione, di elaborazione teorico-critica e di creatività artistica di fronte al patrimonio storico ed in relazione alle aspirazioni del presente, in rapporto con un operativo processo di aggiornamento estetico della comunicazione visiva all’interno delle funzioni dell’aula liturgica, in stimolante rapporto di riconversione e riorganizzazione partecipativa del patrimonio edilizio ecclesiastico, antico e contemporaneo, e delle sue relazioni nel tessuto urbano e nel territorio.
Il progetto nella sua complessità, specificatosi successivamente tra i settori tematici della devozione e dell’esperienza spirituale e dell’adeguamento estetico-liturgico, ha previsto distinti ed autonomi interventi espressivi tra le diverse sedi ecclesiastiche, individuate dalle rispettive diocesi; ogni Diocesi, spesso in diretta relazione con il Vescovo titolare di Diocesi o il suo delegato, è intervenuto suggerendo più specifiche tematiche pastorali e particolari necessità liturgiche, di devozione popolare e quant’altro si sia inteso utile per arricchire di valore spirituale la fase artistica e i rapporti di fruizione.
In questo quadro articolato e ricco, una prima e fondamentale fase di lavoro preparatorio ed introduttivo si è caratterizzata attraverso la ricerca e l’approfondita documentazione, il riesame e l’interpretazione del patrimonio conservato ed espresso nelle grandi Basiliche e nelle Chiese di periferia, dalle parrocchie dei centri storici agli oratori di campagna, dai musei d’arte sacra alle biblioteche agli archivi parrocchiali; un lavoro attentamente dedicato alla rilettura dell’origini del sistema strumentale e simbolico della liturgia e del loro sviluppo, verificato con intenzioni propositive nel presente all’interno del patrimonio estetico-iconografico, dall’altare all’ambone alla croce astile, in favore di una nuova concezione spaziale dell’aula liturgica;un processo che ha scelto di agire sul patrimonio e sull’esperienza della devozione popolare, dalla Via Crucis alla pala d’altare ai libri sacri, rivisitandone le valenze antropologiche e ridisegnandone i valori di comunicazione.
All’interno del progetto ed stretta relazione con il patrimonio tematico ed ambientale, l’azione espressiva e di redazione dell’arte ha verificato il più ampio margine di interdisciplinarietà linguistico-visiva attraverso l’impiego delle tecnologie riproduttive e dei sistemi creativi della tradizione; gli artisti sono intervenuti in relazione a questioni e temi con un approccio interpretativo concettuale, con l’intenzione di estrapolare valenze significative poste in profondità, riorganizzando su nuove basi estetico-culturali e di sensibilità le indicazioni antiche di contenuto, gestendo i rapporti di collocazione nello spazio consacrato e di fruizione.
Ogni artista impegnato nel progetto ha dovuto quindi interagire con le funzioni liturgiche previste dall’edificio consacrato e dedicarsi con responsabilità culturale personale alla vasta area della ricerca e dell’esperienza spirituale individuale, arricchita dal confronto con i Vescovi ed i Parroci, e particolarmente con i Docenti in Teologia, Liturgia, di Iconografia e Letteratura Biblica, di Antropologia e Religiosità Popolare della Facoltà Teologica di Milano – a cui va la stima e la gratitudine di tutti; ogni opera è nata quindi sulla documentazione e la catalogazione ma anche su un rapporto esperenziale intimo e diretto dell’artista, dove il materiale teorico e d’informazione predisposto per ogni sito espositivo ed area tematica perde all’interno della creatività i limiti di una presunta oggettività critica , ma si arricchisce delle intuizioni inedite della volontà di partecipazione.
Si è trattato quindi di un’esperienza complessa ed affascinante dedicata infine ad un rapporto stretto e di confronto tra la creazione artistica e lo spazio sacro, nei termini di appartenenza ai valori di contemporaneità, sia nelle fasi di progettazione che di collocazione; non si è trattato di un mero progetto espositivo invischiato nella cultura acritica della citazione, di un freddo catalogo di opere e manufatti raccolti in un museo e disgiunti dallo spazio e dalla funzione, ma di un’avventura animata dal desiderio di partecipazione personale e di confronto con il patrimonio iconografico, teologico e liturgico racchiuso nell’edificio sacro, dalla Chiesa alla Cappella, dall’Altare all’Abside, dal Sagrato al Fonte Battesimale…dalle Pale d’Altare agli oggetti liturgici.
Un ampio volume raccoglierà, a conclusione dell’intero progetto ‘Arte Cristiana Contemporanea’, ed interpreterà l’intero sistema iconografico e di progettazione, e documenterà la collocazione e l’interferenza delle opere nello spazio sacro e nella fruizione liturgica.
‘Dedicata, donata, consegnata’.
La Mostra predisposta per la Diocesi di Aosta, è dedicata alle radici della cultura cristiana nella valle e riconoscibili nel suo ricco patrimonio storico, significativamente raccolte ed emblematizzate nelle figure di Sant’Orso e di San Grato; al centro del progetto generale si è posta una volontà di ricerca tesa a ripercorrere e penetrare con valore di riappropriazione riflessiva i temi ed i soggetti sui quali si è costruito il territorio simbolico della fede ed è maturata una radicata stagione della devozione popolare.
La storia religiosa della Valle d’Aosta ed il suo tessuto antico rimasto intatto e radicato sul territorio, ma anche la sua valenza antica, in cui le testimonianze perdono la certezza dei contorni, hanno offerto occasione per tentare interpretazioni e compenetrazioni aperte alle più ampie sfumature della creatività; il lavoro teorico ed espressivo, di approfondimento e di progettazione, ha quindi mosso dalla persistenza del patrimonio culturale cristiano al ‘territorio ’ della devozione popolare, dall’originalità di un‘esperienza religiosa collettiva che si è articolata tra il buio e l’isolamento, sin dalle origini e lungo la sua storia.
Seguendo lo sviluppo del progetto, costruito sulla percezione dei valori storici, analizzando le testimonianze ed i racconti, cercando di rivivere e riconoscere ‘eventi miracolosi ’ e forme di devozione tutt’ora preservate – ricordo il passaggio carponi sotto l’altare di Sant’Orso per la cura del mal di schiena, subito verificato da molti di noi – è maturata negli artisti un percorso esperenziale fatto di intensi momenti di approfondimento e di compenetrazione.
La visita di Aosta, delle Chiese e del Priorato, lo studio del materiale storico raccolto ed il confronto attento con Mons.Anfossi, Vescovo di Aosta e con Don Franco Lovignano, Vicario Generale, hanno permesso agli artisti di lavorare per sensibilità ed intuitività sulla memoria di eventi e di uomini, di Santi e di Miracoli; è nato in questo clima intenso un procedere creativo, libero dalle limitazioni dell’oggettività, ed in grado di fornire un’emozione nuova ed originale; ogni nuova opera nata da questo lavoro di ricerca appare oggi un frammento nuovo di una storia antica, il testimone evidente di un’esperienza religiosa che la comunità umana non vuole disperdere ne dimenticare, dove ogni opere appare fonte di una nuova ‘luce ’ che sconfigge il buio dell’oblio, che riconquista lo spazio del miracolo creativo e della sacralità espressiva.
In base a questi valori soprattutto di testimonianza antica dell’esperienza cristiana, è nato e si è configurato un progetto espositivo che si distribuisce sull’intero tessuto urbano e per la prima volta va ad interpretare e interagire con i luoghi consacrati della città di Aosta; nuove opere d’arte vanno a distribuirsi e ad articolarsi lungo un percorso espositivo individuato tra la Cattedrale e la Chiesa di Sant’Orso, che riconsegna alla funzione teologica e alla liturgica la Chiesa di San Lorenzo, che qualifica cromaticamente la Chiesa Nuova di Pila, e che inevitabilmente va a porsi in stretta relazione di fruizione, che mira ad incontrare non solo il giudizio estetico del visitatore, ma forse l’esperienza personale del fedele.
Nel suo complesso e tra le diverse sedi il percorso predisposto suggerisce un articolato e complesso sistema di opere, di sculture e di grandi quadri, tanti ‘antichi ‘ libri ‘ e documenti fotografici, vetri preziosi e ceramiche, caratterizzate dalla natura in ‘regress’ dell’arte contemporanea verso le origini e la storia di un territorio e del suo popolo; ogni nuova opera nasce in relazione e si va a collocare all’interno patrimonio artistico antico, in un tentativo di dialogo e di confronto con i sistemi iconografici depositati nella tradizione, si articola in un caleidoscopio di linguaggi e di grammatiche visive specifiche della contemporaneità e con esse le diverse tecnologie di progettazione e produzione delle opere.
Museo del Tesoro della Cattedrale.
Claudio Costa, Alex Guzzetti, Antonio Paradiso, Sergio Alberti, Mike Meyke
Nel Museo del Tesoro della Cattedrale la collocazione di un piccolo numero di opere contemporanee svolge l’introduttivo ruolo di interpretare e di rilanciare, nella nostra stagione laica e tecnologica, il patrimonio protetto e ‘prezioso ’ della memoria, e quindi va ad interagire con la conservazione del ‘frammento miracoloso’ adattandosi al clima di rispetto e di devozione; accanto ai reliquari ed ai paramenti sacri di straordinaria fattura, in dialogo con gli argenti e le pietre dure, tra le sculture lignee e di pietra, protette dalle rispettive teche di cristallo, le opere antiche e moderne interagiscono, interferiscono, forse annullando la stessa concezione evolutiva del tempo e degli stili per riunirsi all’interno di un’inedita unità di sistema d’arte sacra.
L’istallazione della opere della contemporaneità, confermando ad una percezione attenta e libera l’intrinseca natura da un processo espressivo contemporaneo proiettato in ‘regress ‘ nel patrimonio antropologico della società umana, rivela lo spazio aperto, svincolato dalle presunzioni del rigore scientifico, alla forza evocativa dei linguaggi artistici, rivelano la natura intrinsecamente sacra della creazione espressiva.
La fruizione di ‘frammenti ’ posti tra la prima ed antica stagione del cristianesimo con quelli del presente rivelano l’importanza ed il ruolo dello spazio sacro per la definizione della sacralità dell’opera stessa; accanto al processo di museologizzazione dell’opera, la collocazione in uno spazio conservativo sacro fornisce un valore aggiunto ulteriore alla definizione ed alla funzione dell’opera contemporanea.
Alla luce di queste premesse per la definizione dell’arte sacra, ho potuto lavorare, scorporandole dal loro originario contesto di creazione, sulla possibilità utilizzare espositivamente e di far agire con il patrimonio storico alcune opere di Claudio Costa e di Antonio Paradiso; ho potuto tentare questo azzardo grazia alla collocazione espressiva di entrambi nell’area antropologico-etnografica dell’arte contemporanea, ed al cui interno si riconosce una mirata attenzione e l’osservazione per i territori del sacro e per il patrimonio della devozione.
La collocazione di nuovi materiali plastico-iconografici con spiccato valore di reperto ‘antico ’ e testimonianza di una attenta cultura materiale ha permesso di provocare diverse forme di relazione con il patrimonio artistico del Museo; in ragione di un comune patrimonio di ricerche dedicate a forme primarie di cultura e di comunicazione sociale, ho inteso tentare un ideale rapporto di dialogo allargato tra comuni funzioni espressive e di continuità iconografica tra reperti in bilico tra raffinate archeologie, frammenti di antichità ed enigmatiche porzioni di una realtà che nella sua nuova dialettica unità non è più museo, ma torna ad essere una realtà del presente.
All’ interno di una riflessione critica dedicata alle problematiche dell’arte sacra ed alle questioni di relazioni con le funzioni liturgiche ed i valori ambientali della spiritualità, avevo già scelto di esporre un grande libro di Claudio Costa, scomparso nel 1995, sull’altare della Madonna di Caravaggio nell’Oratorio di San Rocco a Rivergaro presso Piacenza; rispetto a quell’opera suggestiva caratterizzata dalla funzione d’uso della lettura nella preghiera, il ‘Cassetto del Medioevo’ del 1984, appare testimone significativo di quella cultura artistica contemporanea attenta interprete del trovare e del raccogliere, del conservare per reinterpretare il frammento della realtà ricollocandolo nel processo della storia.
In un clima espressivo dedicato ai valori della terra e della cultura materiale si colloca la collezione di ‘Semi’ realizzati in pietra di Trani da Antonio Paradiso nel 1993; anche in questo caso l’opera d’arte appare reperto antico e testimone nel presente del rapporto arte-vita, in grado cioè di collocarsi ponte di relazione degli eventi storici e dell’esperienza umana a diretto contatto con i frutti delle terra – “lavorava manualmente, sminuzzando la terra col rastrello, e piantò con le sue stesse mani..i”.
Alex Guzzetti, affascinato sin dal primo incontro con le preziose testimonianze liturgiche e devozionali Tesoro, ha scelto di agire sul senso del patrimonio conservato, sulle sue funzioni ed i suoi simboli; nelle teche del Museo trova oggi collocazione una nuova patena ed il calice in cristallo. L’artista ha lavorato in particolar modo sul valore intenso – ‘mistero della fede’ – racchiuso nel simbolo funzionale del calice, al cui interno matura l’evento miracoloso nato dall’unione dell’acqua e del vino – Sant’Orso “piantò con le sue mani una vigna…chiunque fosse provato da qualsiasi malattia, ma con fede bevesse il vino di quella vigna, se Cristo l’ordinava,tornava sano”.
Trovano ancora collocazione conservativa il progetto-collage, severo e rigoroso, della Croce Astile di Sergio Alberti, la cui realizzazione lignea trova posto nella Chiesa di San Lorenzo, ed un documento manoscritto, segnato dalla dura sofferenza di una redazione lacerante, del tedesco Mike Meyke, in cui si ipotizza e si rivive un ‘inedito’ rapporto epistolare tra Sant’Ambrogio e San Grato, patrono di Aosta.
Nel Chiostro e nella Collegiata di Sant’Orso
Le opere Roberto Pirod, Italo Chiodi, Adriano Altamira, Marco Pellizzola, Alex Guzzetti, caratterizzate complessivamente da un forte carattere plastico e d’istallazione concettuale, documentano i risultati di un’ampia ed articolata indagine dedicata alla figura ‘mistica ’ di Santo Orso, ne rivisitano la storia e ne reinterpretano la memoria ed il patrimonio di esperienze ‘miracolose ’ conservate nella storia artistico-architettonica della città ed ancora viva nella memoria collettiva della Valle; cercando tra le poche ‘tracce ’ iconografiche conservate, particolarmente nei capitelli del Chiostro della Collegiata, e tra i documenti storici, in particolar modo utilizzando un manoscritto della seconda metà del IX secolo, dedicati alla storia del Santo, gli artisti e le opere elaborate tentano di recuperare e di rilanciare nella sensibilità e nella reazione interpretativa il valore e l’attualità di quell’esperienza .
Nel Chiostro di Sant’Orso
In questo clima di ricerca e di rivisitazione Roberto Priod ha elaborato e quindi prodotto un’opera monumentale complessa sul piano tecnico e polimaterico destinata ad agire con forza interpretativa sullo spazio severo e rigoroso del Chiostro ed in stretta relazione visiva con il colonnato ed i processi narrativi dei capitelli ; nella severità dello spazio architettonico, tra le misure contenute del tracciato e le ridotte altezze, in un rapporto di frattura con una diffusa oscurità che l’avvolge, si eleva l’eleganza classica del ‘Il Riflesso del Cielo’. Ogni elemento formale posto in gioco da Priod sembra vivere nell’opera ed esaltarsi all’interno della collocazione ed istallazione, una vivace duplicità simbolica.
La portata e la forza di penetrazione della ‘luce’ sul buio appare il primo tema teologico estrapolato dalla vita di Sant’Orso – “… E quando, di notte, perlustrava i luoghi dei Santi, armava la sua fronte con il vessillo della croce, prostrato davanti alla soglia dei Santi: immediatamente si aprirono l’ingresso e i chiavistelli del tempio” – ed intensamente riconoscibile appare nella colonna marmorea dichiarante la sua classicità mediterranea ed ancora rafforzata dal grande piatto, posto alla sommità e riflettente il ‘cielo ’ nella superficie d’acqua piovana . Accanto ed in stretta relazione ai valori d’illuminazione’ attraverso al testimonianza e l’esperienza della fede sulla terra, l’intervento di Priod offre testimonianza della cultura della natura e dell’attenzione all’energia del ‘creato ’ espressa nelle semplici funzioni quotidiane e dai miracoli del Santo “ L’uomo di Dio, quotidianamente, secondo l’affermazione dell’Apostolato, lavorava manualmente, sminuzzando la terra col rastrello, e piantò con le sue stesse mani una vigna…”; in questo contesto la colonna diventa fusto ed albero, il piatto si fa strumento del ‘dono ’ del cielo per la raccolta dell’acqua e dell’offerta’ dei “semi-frutti (più vicini alle rielaborazioni della scultura organica che alla citazione botanica), dorati dal sole, si sviluppa, grazie alla trasformazione-decomposizione di alcuni di essi, un germoglio di speranza, a celebrazione del ‘creato”quale manifestazione di forza e di bellezza ”(R.Priod).
Nella Collegiata di Sant’Orso.
Gli interventi di Marco Pellizzola, Italo Chiodi, Alex Guzzetti ed Adriano Altamira si distribuiscono direttamente all’interno del palazzo della Collegiata raggiungendo lo Scriptorium e l’elegante Cappella quattrocentesca; quattro e distinti interventi ancora dedicati alla storia del Santo che, caratterizzandosi attraverso uno sviluppo ed un’articolazione nello spazio della comunicazione estetica, suggeriscono una fruizione per frequentazione, creano attraverso l’attraversamento una percezione non solo visiva ma anche sensoriale e quindi interiormente assai più attiva.
La rivisitazione creativa condotta da Marco Pellizzola sulla storia e sugli avvenimenti che hanno determinato l’esperienza di Sant’Orso punta direttamente attraverso il disegno e la fusione in bronzo sull’iconografia tradizionale e quindi sul rapporto tra l’uomo di Dio e gli uccelli, i suoi inseparabili compagni con cui spartiva il raccolto del suo campo – “e “come fossero selvatici ma domestici, si appollaiavanosul suo capo e sulle sue mani”; in primo piano infatti ma all’interno di uno spazio protetto – di una garritta-confessionale-cappella ed altare – l’artista pone il grande merlo al quale è affidato, in un clima di ossequioso silenzio, forse di ascolto e di comunicazione, quella “metafora della natura e dell’immortalità dell’anima, ricorrente nella mia poetica, che mi avvicina alla storia di Sant’Orso.” (M.Pellizzola)
Su un piano metodologico del tutto diverso si pone Italo Chiodi nel confronto con la figura di Sant’Orso; l’artista prende avvio da un processo di contaminazione e quindi di offerta del proprio lavoro espressivo ai temi ed all’esperienza, alla testimonianza di fede nella quotidianità delle mansioni del Santo ed in rapporto alla natura del suo territorio; l’artista bergamasco consegna ed installa all’intero della Collegiata un ciclo di opere realizzate con il patrimonio naturale e dedicate ai temi della terra, centrate sul rapporto tra l’esperienza umana ed il creato;ogni opera e l’insieme avvolgente dell’istallazione, l’uniformità cromatica dei materiali, l’attenta ed essenziale conduzione simbolica degli eventi, la tensione spirituale che specifica un atteggiamento espressivo antropologico permettono di riconoscere, anche in questo caso, lo stato di comunione, il ruolo di continuità tra l’esperienza dell’uomo Santo e la storia dell’uomo-artista.
Supportato dalla tecnologia del vetro soffiato, della luce e dei circuiti elettronici sonori e luminosi, Alex Guzzetti rivisita, riconoscendo una comunanza di atteggiamento con l’esperienza di meditazione zen :“isolati dalle distrazioni del mondo e troverai te stesso”, la leggenda del cavallo ed interpreta la parabola elaborata dal Santo – “prega e scoprirai che il cavallo è quello su cui ti poni”; nell’istallazione ambientale i valori simbolici – il cavallo e gli uccellini – agiscono in diversa misura sulla percezione visiva e sonora al fine di raggiungere il ricordo di un “uomo di Dio…mansuetissimo, come un agnello, semplice nel volto, ma pronto nell’opera di Dio, secondo quel che il Signore dice ai suoi discepoli : Siate prudenti come serpenti e semplici come colombe”.
La riflessione espressiva di Adriano Altamira prende spunto dalla percezione della presenza del Santo ancora all’interno della Collegiata ed in particolar modo attraverso l’incisiva intensità iconografica di un’ombra presente, già prodotta dalla tenue illuminazione delle candele, nella Cripta sottostante l’area absidale; l’elaborato fotografico, attraverso cui agisce l’artista, appare strumento che pone in evidenza l’evento presenza-assenza dell’ombra, immateriale ma percepibile lungo l’asse esperenziale del ricordo, ma che ancora ne sottolinea la cultura ed il culto, che ne diffonde, attraverso la moltiplicazione, il patrimonio spirituale.
Scriptorium Grandi Libri d’Artista per Sant’Orso.
Mario Benedetti, Barbara Giorgis, Mauro Marcenaro, Angela Occhipinti, , Adele Prosdocimi, Antonio Spanedda, Elena De Prezzo, Carmine Sabatella, Paola Piazza, Fausto Migneco, Stella Degradi, Silvia Tamburrelli, Camilla Marinoni, Susanna Roda, Giuditta Margnelli, Mariella Provera, Heara Lee, Chiara Pozzi, Maria Valentinis,Mauro De Carli, Daria Giussani, Marta Colombi…
Un inedito Scriptorium, proiettato con una vista a 360 gradi sulla città e sul paesaggio alpino, ospita trenta grandi Libri d’Artista dedicati a Sant’Orso; lungo un percorso culturale che guarda alla memoria antropologica della società umana, trovano spazio straordinario nella stagione contemporanea l’antica memoria del libro illustrato a mano, del volume unico nato da una creatività sperimentale in cui parola ed immagine si fondono attraverso un nuovo territorio di riflessione e di partecipazione poetica.
Anche la realizzazione di questi grandi libri dedicati, generalmente volumi unici od a limita tiratura, sono stati occasione di una lunga esperienza di rielaborazione culturale ed iconografica, che nella fase di progettazione e composizione non può non qualificarsi sul piano della meditazione, cioè nel territorio della riflessione intima e privata sulla quale si base l’esperienza del ‘diario’, della trascrizione poetica della quotidianità e del sogno.
Se la stagione di Sant’Orso appare lontana ed avvolta nelle nebbie di un ricordo lontano,recuperato e presente nell’atto di fede, la raccolta dei volumi e l’esposizione aperta alla consultazione, la possibilità offerta al fruitore di ‘sfogliare e viaggiare’ personalmente tra le pagine di un grande caleidoscopio iconografico, di riconoscere in parte ma anche disponendosi a perdersi con atteggiamento sensibile, deve essere riconosciuta un’esperienza profonda e forse sacra dell’arte contemporanea.
Accanto ed in rapporto di stimolante reciproco arricchimento alle pagine dei giovani studenti-artisti di Brera, appare il rigore simbolico-protettivo della Croce per una pagina di intensa esperienza aformale elaborata da Mario Benedetti; si impone, dettato da un’esperienza iconografica forte, caratterizzato da un segno plastico intenso,il libro-scultura di Angela Occhipinti; affiorano dal buio e dal silenzio della preghiera, della concentrazione spirituale i fermenti narrativi di Barbara Giorgis,- “nella sua bocca non si trovava mai altro che pace, pazienza, umiltà, misericordia in misura più che umana”.
Parole ed un clima che Antonio Spanedda sottoscrive per questo nuovo lavoro dedicato al ciclo dell’ Uomo giusto, originato dal ‘Volto Santo’, elaborato attraverso la diffusione dell’icona, distribuito dalla circolazione del libro sonoro.
Rivisita il patrimonio iconografico attraverso un processo di narrativo ricco, gioca in libertà, interviene con responsabile gioiosa creatività Mauro Marcenaro nell’impaginazione del suo libro; il volume ‘luminoso’ di Adele Prosdocimi appare condotto con rigore analitico nella successione degli eventi simbolico-formali ed in costante arricchimento per sovrapposizione delle pagine; due opere diverse nel sistema linguistico ma che rivelano la creatività del viaggio espressivo nella relazione tra l’esperienza umana e l’avventura miracolosa.
Chiesa di San Lorenzo.
William Xerra, Renata Boero, Francesco Correggia, Stefano Pizzi, Clara Brasca, , Fausto Migneco, Paola Piazza, Stella Degradi, Silvia Tamburelli, Franco Marrocco, Alberto Gianfreda, Paolo Quattrone, Sergio Alberti
La Chiesa di San Lorenzo, da tempo sconsacrata e utilizzata per le attività espositive, torna attraverso la progettazione e la collocazione delle opere contemporanee alla sua originaria funzione;San Lorenzo torna Chiesa ed appare improvvisamente riconsegnata e ‘riconsacrata’ dalla cultura artistica alla liturgia. Ogni opera, specificatamente caratterizzata dalla duplice natura di valore estetico e di azione funzionale, reintroduce, tra l’evidenza iconografica e la suggestione aformale, l’antica relazione tra arte e fede.
Lo spazio espositivo, tornando, anche se un periodo limitato, alle sue originarie funzioni, appare predisposto attraverso una nuova progettazione estetico-ambientale, ad una frequentazione orientata al confronto ed alla verifica, ed è in questo contesto stesso che la figura del visitatore appare ridisegnata e riorganizzata non solo sul terreno dell’arte ma anche su quello della cultura religiosa cristiana e dell’esperienza spirituale.
Al centro dell’aula liturgica ed in asse tra l’ingresso e l’abside si collocano con nitida ed intensa valenza simbolica due importanti scultore; per le due opere i valori analitico-modulari della forma, lo stato di tensione e di energia implosi nella gestione progettuale dei diversi materiali, l’acciaio ed il legno, appaiono i dati estetico-strutturali specifici di una ormai radicata cultura della scultura contemporanea.
Su questa base metodologica, cioè sull’appartenenza originaria dell’opera al sistema dell’arte ed in ragione di un patrimonio linguistico-visivo elaborato e verificato all’interno della ricerca espressiva, di cui sono significativa testimonianza anche le due acquasantiere in ceramica policroma di Stefano Pizzi, e solo successivamente all’acquisizione di questa base di esperienza, possiamo andare ad osservare la presenza nelle opere di una valenza non solo estetica ma anche funzionale, di una specificità simbolico-liturgica; all’interno di questi rapporti riconosciamo cioè la definizione di una scultura minimale posta in relazione con la liturgia della parola per l’ambone in acciao di Paolo Quattrone, sacerdote ed artista, ma percepiamo anche nelle concettuali tensioni del disequilibrio, nel controllo delle energie, l’altare di Alberto Gianfreda.
Anche la Croce Astile di Sergio Alberti ed i suoi progetti del Fonte Battesimale sono significativamente conseguenti ad una cultura espressiva che lavora sugli spessori dolorosi della superficie, sul valore della frattura della materia, sulla perdita per desertificazione dell’habitat e forse anche nel terreno simbolico del ‘distacco’ dalla Croce.
Nell’abside della chiesa trovano collocazioni tre distinti interventi pittorici dedicati alle figure di San Grato, primo Vescovo e Patrono di Aosta, ed ai successivi Vescovi Gallo ed Agnello; l’intervento di memoria espressiva condotta da William Xerra, Renata Boero e da Francesco Correggia ha per tutti origine dall’osservazione, nella sottostante area archeologica basilicale, delle tre grandi lapidi tombali in marmo.
Nei tre distinti interventi, quando William Xerra interpreta il valore protettivo del Santo, di Renata Boero che interviene sul rapporto tra il bene ed il male, tra la vita e la morte, e da Francesco Correggia interprete dei valori del dialogo attraverso la luce, la pittura si fa non più strumento di descrizione, indefinibile è la memoria iconica dei soggetti, ma fattore di evocazione, cioè di un linguaggio che negli spazi della materia rappresa o nella sua incontrollabile liquidità, si insinua nei meandri della poesia, configura testimonianze lontane nei secoli, intuisce e rivela ‘immagini’ immerse nel silenzio e nell’oblio per tornare ad essere valori del presente.
La parete di destra appare dedicata al patrimonio iconografico storico e della devozione popolare, cioè idealmente a quell’immenso patrimonio espressivo che ha costruito la parte preponderante della storia dell’arte e dato volti e costumi alla storia dei Santi, eventi e miracoli alla letteratura teologica.
A San Lorenzo, a cui è dedicata la Chiesa, ed alla sua consolidata iconografia è dedicata la tela di Stefano Pizzi; si tratta di un nuovo quadro e quindi di un nuovo tassello espressivo nel lungo percorso di osservazione e rivisitazione condotto dall’artista milanese sul ricco patrimonio degli Angeli, dei Santi e tra le diverse variabili della Vergine Maria. Anche questo nuovo lavoro – nato dopo il polittico dedicato alle XV Stazioni della Via Crucis per la Chiesa di San Lio-Biennale di Venezia del 2005 – si colloca all’interno ed è il risultato di un processo di selezione nell’iconografia del Santo; ed è lungo questo percorso che la pittura acquisisce quelle suggestioni cromatiche, in questo caso attutite, ma in altre occasioni in accentuazione, in grado di fornire un’icona popolare, rispondente ai valori di un gusto medio e diffuso, che sfugge attraverso il valore concettuale della citazione, che rifiuta il territorio della perfezione e della bellezza per essere immagine di tutti .
Nell’ambito della rivisitazione iconografica, ma con un approccio interpretativo rarefatto, con una volontà di invenzione attenta ed analitica, e quindi collocandosi nella ricerca e nell’arricchimento dell’iconografia mariana, si colloca il ciclo prezioso alla ‘Maria Vergine Incoronata’ di Clara Brasca; attraverso la composizione di un ciclo di più opere l’artista appare interprete dei processi di ripetizione dell’icona che esalta anche attraverso minime ma significative variabili simboliche. Le quattro tele dedicate alla Madre di Dio appaiono inserite all’interno di un’estetica concettuale e quindi appaiono sintomatiche di una comunicazione dei processi di invocazione e di preghiera propri di ogni religione .
Lungo la parete di sinistra trovano collocazione e sviluppo le quattordici stazioni della Via Crucis ed un grande dipinto di Franco Marrocco nella forma di una pala d’altare e predella dedicata alla ‘Resurrezione-Alito’.
La ‘Via Crucis’ è il tangibile risultato espressivo di una più ampia indagine realizzata da Fausto Migneco, Paola Piazza, Stella Degradi, Silvia Tamburelli sul patrimonio di archeologia urbana della città di Milano; le quattordici stazioni sono il risultato di un processo di estrapolazione dall’ampia documentazione dedicata alle realtà architettoniche che ancora ruotano intorno alla città, e sulla cui base il gruppo di lavoro ha proceduto al recupero progettuale e alla riconversione di alcuni capannoni industriali sulla base dei valori e delle funzioni di una ‘casa di chiesa ’previsti e pubblicati dalla Commissione ‘Nuove Chiese’ dell’Arcidiocesi di Milano. Da questa indagine e dal vasto materiale fotografico è nata una Via Crucis che conferma il suo valore di memoria e di testimonianza sofferta dall’interno, oggi silenzioso e muto, della storia del mondo del lavoro nel XX secolo.
Ha lavorato sull’indefinizione iconografica della ‘Resurrezione’ e quindi sulle dimensioni escatologiche del percorso processuale Franco Marrocco per concepire attraverso la tensione analitica della pagina pittorica il rapporto ascensionale tra il territorio oscuro della predella e l’esperienza di luce della pala d’altare; nasce dalle tracce del racconto evangelico un’opera difficile, ma con valore di testimonianza di un processo espressivo fondato sull’analisi sensibile e sulla creatività introspettiva; si afferma sulla percezione attenta del sacro una ‘Resurrezione’ iconograficamente inedita ma caratterizzata da una estensione concettuale dei valori spirituali attraverso la forza della trascrizione e del segno, della scrittura e della volontà di comunicazione insita e vitale all’interno di quell’ Alito’ abbagliante di luce .
Pila, Chiesa dedicata a Santo Lorenzo.
Il ‘colore e la parola’ di Francesco Correggia.
Nella Chiesa dedicata a San Lorenzo si apre e si chiude idealmente il progetto; all’interno del progetto generale l’intervento espressivo a carattere stabile di Francesco Correggia, cioè permanente all’interno dell’aula liturgica della Chiesa di Pila e quindi ad una fruizione estetica proiettata nel tempo, assume una particolare importanza; a duemila metri di quota il moderno edificio di chiesa vede infatti l’istallazione di un ampio ciclo pittorico dedicato al rapporto intellettuale e quindi al valore di ‘illuminazione’ scandito dall’incontro tra la ‘parola e il colore’.
Alla luce di un precedente intervento espressivo fondato sull’intensità simbolica dell’elevazione spirituale attraverso le dissolvenze ma anche la forza evocativa del colore nel prezioso Coro dell’Oratorio settecentesco di San Rocco a Piacenza, il nuovo ciclo pittorico predisposto da Francesco Correggia affronta e risolve con un processo in estensione della superficie pittorica l’ampio spazio dell’aula liturgica.
L’artista predispone cioè l’estensione, sulla grande parete a nord-est di uno spazio ipogeo, di cinque grandi pagine di pittura caratterizzate da un sistema stratificato ascendente/discendente di colore; ogni pagina policroma vede all’interno di questa stratificazione anche l’inscrizione di un frammento tratto dalle sacre scritture. La natura dell’intervento appare interpretativo dei processi lenti di illuminazione della parola di Dio, dove illuminazione non appare bagliore improvviso ma ricchezza nel gioco delle ombre, dove cioè la luce si configura nei processi d’interpretazione, quando ai bianchi seguono i grigi e le variabili presenti nella ‘traduzione’ e nel commento ci riconducono alla tradizione ebraica di conoscenza della Torah.
Un intervento pittorico che, inserendosi in un rapporto di relazione e di continuità con la Cappella del Santo Rosario di Henry Matisse e di Mark Rotko a Huston, interpreta i valori e le funzioni dello spazio di chiesa, e che forse risponde alle attese di concentrazione spirituale e di immersione nella materia teologica, mentre nel cielo d’alta montagna si muove lento un ampio fronte nuvoloso ed un improvviso raggio di sole lo trafigge.
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